Adige Social Forum

18 Luglio, 2014
waterworld

Mauro Tedeschi

IL QUARTIERE LIQUEFATTO

In meno di venti anni è cambiata completamente la morfologia urbana dei nostri quartieri periferici.

Sono venute meno le fabbriche, luoghi di aggregazione e di vita, che per tanti di noi hanno rappresentato anche una scuola di democrazia economica con pochi eguali. Basti pensare alla Mondadori di marca Olivetti e ai coraggiosi modelli di contratto sociale che vi si sperimentavano. Di quella Università popolare, di cui sono stato uno degli ultimi studenti, ora non rimane più nulla.

Sono arrivate tante persone da altri paesi del mondo, non come conseguenza di un progetto di integrazione, ma frutto della logica della domanda (finché ve n’è stata una) e dell’offerta. Nelle attività a basso valore aggiunto c’era chi aveva la disponibilità a lavorare di più, con diritti inesistenti, prendendo meno soldi. Nella fregola dell’accumulo in cui vivono molti connazionali, l’evidente vantaggio fu colto al volo.
 
schieraSi sono costruite migliaia di case (inabitate) e decine di centri commerciali, modificando per sempre il tessuto relazionale dei luoghi dove viviamo, con un’idea di sviluppo che ci avvicina più alle periferie di certe città del Sudamerica, dove la gente non ama più camminare per le strade, sia perché sono irrespirabili, sia perché sono pericolose. La morfologia del territorio, le scelte urbanistiche, modificano anche la qualità delle relazioni. I luoghi dove è materialmente difficile incontrarsi, confrontarsi, dividono, perché impediscono, fisicamente, di avvicinare gli altri.

Si tratta del peggiore tradimento da parte di coloro che hanno costruito sul mito del “territorio” e dei “padroni a casa nostra” le proprie fortune politiche. Le comunità sociali sono agonizzanti e la colpa è in gran parte delle scelte che questi signori e signore hanno adottato, primi tra tutti gli infiniti cambi di destinazione d’uso sul territorio, la vera benzina di un sistema politico che ha perso completamente bussola ed orizzonti.

Per questo, e con la morte nel cuore, devo prendere atto dell’ineluttabilità della liquefazione sociale dei nostri quartieri. Nel nostro piccolo, in questi anni, abbiamo tentato di preservare quanto più possibile le radici culturali dei nostri luoghi, di immedesimarci in una nuova società multiculturale che piantasse sul comune ecosistema i picchetti del proprio destino, ma, per quel che mi riguarda, ho sbagliato.

Il territorio nelle zone inurbate non esiste più: è lottizzato, cementificato, inquinato, attraversato da strade costantemente congestionate e gli unici grandi approdi, i porti di questa nuova umanità semovente, sono i parcheggi dei centri commerciali, presi d’assalto fin dalle prime ore del mattino. Le persone oggi sono qui, ma domani chissà, inseguendo possibilità di lavoro intermittenti nei tempi, nei luoghi, nelle mansioni.

Non si vede poi, anche per mancanza di mezzi, oppressi dal debito come siamo, un  progetto di aggregazione sociale degno di questo nome: qui da noi nessun teatro, nessun auditorium, nessun palazzetto dello sport è in costruzione. Niente di niente.

Spesso sono le parrocchie, con i loro silenziosi volontari, ad affrontare l’onda montante della sofferenza che ci circonda, che non è solo crisi economica e povertà, ma anche malattia endemica (quanti tumori contiamo nelle nostre famiglie), marginalità psicologica, solitudine, disperazione.

Scrivo queste cose per rendere pubblica la mia depressione?

No, lo faccio per asserire che occorre un cambio di strategia, di verso, come direbbe un politico alla moda, nel mio agire sociale. Dall’onda fangosa della globalizzazione senza regole non si sfugge, essa pervade ogni cosa, rompe gli argini come l’Alpone, e immaginare che esista una leggendaria zona rossa da conquistare per chiudere i rubinetti, o qualche sacchetto di sabbia da ammucchiare per lasciarla fuori dalla porta è pura illusione.

Questo è un tempo da febbre dell’oro, dove l’allentamento e poi l’abolizione di ogni regola di mercato da parte di politici a volte irresponsabili, a volte semplicemente complici, ci ha resi tutti più poveri. Il nuovo eldorado si chiama turbo finanza, dove si può comprare niente da uno che non conosci e che non vende niente. Alla fine si arricchiscono pochi di denaro e potere, si drenano risorse primarie verso una ristrettissima oligarchia, destinata a governare, anzi a comandare il mondo anche attraverso il controllo di strumenti tecnologici e militari senza precedenti nella storia.

Mentre la politica locale ha agende talmente divergenti da quella dei normali cittadini, anche se impegnati nel sociale, da non essere interlocutrice, se non per i propri appartenenti e dentro i propri confini. E’ del tutto naturale che a noi di GericoTV, tutto meno che pericolosi antagonisti lanciatori di pietre (anzi sostenitori della democrazia e dell’economia di mercato), venga negata, scientificamente, ogni forma di partecipazione nelle sedi istituzionali e addirittura si cerchi di espellerci con toni autoritari dalle pubbliche assemblee, perché “disturbatori”.

Fatti salvi i rapporti fraterni che abbiamo con diversi amministratori locali, regionali e nazionali, abbiamo visioni antropologicamente diverse. Quella di chi ha certificato l’ineluttabilità di taluni meccanismi di potere, accettando i conseguenti riti di sottomissione e adattamento e chi ritiene che essi siano emendabili, se non addirittura reversibili.

Va però preso atto che sulla società liquida non si possono costruire improbabili isole “che non ci sono”,  occorre surfare, pagaiare, dotarsi di nuovi strumenti di navigazione.

L’idea primigenia di GericoTV, quella del nomadismo, della carovana in costante movimento, è stata, a suo modo, profetica.

In questi giorni, in cui ricorre l’ennesimo anniversario dei fatti del G8 di Genova, vorrei cogliere alcuni lati positivi di quell’esperienza, per certi versi tragica, avanzando una proposta.

Sappiamo che nel Veneto dell’ex miracolo economico la vita non è facile, dentro centri urbani progettati per essere solo “di passaggio” (verso cosa, non si sa). Ciascuno di noi è alle prese con problemi privati crescenti: da genitori e figli a cui dobbiamo pensare solo noi, senza alcun sostegno sociale, siamo impegnati poi in lavori una volta pregiati che stanno perdendo di valore ogni giorno, ostaggi di processi di governance sempre più incomprensibili per chi ama “fare” e non competere e basta.

Forse è venuto il momento di incontrarci, non come sigle, partiti, amministratori o associazioni, ma come singoli cittadini per condividere angosce, perplessità, ma anche soluzioni.

Lo dico a titolo strettamente personale, in modo che ci si possa riflettere, ma mettiamo le nostre competenze e quelle dei nostri amici, compresi imprenditori, politici e amministratori sensibili, sopra una barca, anzi una flottiglia di barche e parliamoci, da fiancata a fiancata, uscendo ciascuno dal proprio inaccessibile approdo.

Non ci mancano né le conoscenze, né le relazioni per imbastire una trama sociale di grande qualità.

Mettiamo in atto un Social Forum diffuso e itinerante, senza fregole di tempi e soluzioni immediate, dove si possa parlare ed essere ascoltati, diciamoci finalmente le cose guardandoci in faccia: amministratori, volontari, blogger, esperti nei vari settori, troviamo una formula per avanzare delle proposte, anche fuori dai consueti (e consunti) canali e luoghi decisionali.

L’organizzazione però deve essere tedesca, la logistica impeccabile e le regole di partecipazione stringenti, se non impariamo qualcosa dai nostri competitori, siamo perduti…

Qui a GericoTV abbiamo individuato da tempo il tema del lavoro come filo conduttore attorno al quale svolgere i temi del territorio, dell’economia locale, delle diseguaglianze sociali ad esso strettamente connesse. C’è un gruppo di lavoro molto competente che sta lavorando, il mio vuole essere solo un contributo da mettere agli atti.

Immaginiamo nuovi modelli di partecipazione, visto che dai vecchi, coloro che hanno qualcosa da dire vengono puntualmente emarginati.

Qualcuno obietterà che questo è il ruolo della politica, ma nessuno glielo nega, se sa ascoltare, se non divide il mondo in “noi” e “loro”, se non frappone barriere di casta.  Le istituzioni periferiche pagano per intero la crisi della rappresentanza, e il prevalere del pensiero unico. A volte è difficile cogliere chi sia maggioranza e chi opposizione. Perciò occorre aprire la mente a nuove idee e canali di dialogo.

Non chiederei altro se non degli interlocutori disposti a confrontarsi, lasciando le pistole e i distintivi fuori del Saloon, individui e soggetti sociali che si relazionino prima, e non dopo avere assunto delle decisioni.

Si può ritenere di non essere all’altezza di riprogettare il proprio destino “prossimo”, ma è esattamente quello che facevano i nostri avi, quando, di fronte alle pubbliche calamità (e questo diluvio di globale lo è) si riunivano nell’Arengo, solo che il nostro, più che un Arengo in muratura è un accampamento in pieno Deserto.

Forse un altro moNdo non lo è, ma un altro modo è possibile e non ci sarà professore o “massimo esperto” da talk show televisivo ad indicarcelo: non gli conviene.

Io credo che è solo dalle “Periferie Esistenziali” che può arrivare un segnale diverso, fuori sintonia, ma occorre farsi carico di un fardello che nessuno, anche per legittima stanchezza e delusione, vuole raccogliere.

Non si dica di noi: “Legano infatti i fardelli pesanti, difficili da portare, e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.

Se è possibile, seppure faticosamente e sbuffando, amici, troviamo il modo.

La Peste del voto di scambio

1 giugno, 2014

Angelo Jasmeno 

NON VOLTARSI PIU' DALL'ALTRA PARTE

Il voto (o sostegno economico) di scambio è una peste, che inquina la vita civile del nostro Paese.

Per tanto tempo, innocentemente, ho pensato che questa pratica riguardasse altre latitudini. Fino a quando mi sono deciso ad osservare meglio, molto più da vicino.

Diciamolo chiaro, il voto di scambio è un furto di beni sociali dal magazzino comunitario, da parte di chi avevamo indicato per custodirlo.

In quel magazzino sono a disposizione finanziamenti agevolati, compravendite di beni e servizi, posti di lavoro pubblici, licenze e convenzioni, cambi di destinazioni d’uso del territorio, o, più semplicemente, noiose file da saltare grazie alla collaborazione compiacente di un funzionario “disponibile”.

E’ normale che un amministratore cerchi di drenare risorse verso il proprio territorio, nella dura competizione che si gioca sulle diverse scacchiere della politica, ma se lo fa orizzontalmente (a favore di tutti i cittadini del suo collegio) si tratta di zelo, mentre se agisce solo verticalmente (per sé e per il suo entourage) abbiamo a che fare con un pirata.    

Poniamoci delle domande:

Se delle necessità sociali diventano improvvisamente impellenti, a volte con la collaborazione della stampa compiacente, per destinare flussi di denaro pubblico verso lobbies potenti, come spesso è avvenuto con sventure annunciate e fortunatamente mai propagatesi, c’è da domandarsi: “Cui prodest?”

Se quella che viene presentata come una cortesia sottrae palesemente ad altri un diritto, la possibilità di accedere a dei servizi, una precedenza (ad esempio in campo sanitario) dovuta ad una effettiva necessità, c’è da chiedersi, quello che ricevo è un favore o un abuso?

Se il “benefattore” si circonda di collaboratori, stipendiati dai soldi pubblici, parenti o membri del proprio comitato elettorale a prescindere dalle loro abilità professionali e così sottrae due volte risorse alla Comunità, in efficienza e in tempo dedicato ad essa, come si può affermare che la sua sia una “buona amministrazione?”

Se vengono manomessi concorsi e gare d’appalto per favorire amici e amici degli amici, o anche nemici, affinché siano un po’ meno nemici, non si tratta di un furto con scasso di risorse prelevate dei sacrifici di noi tutti?

Se i finanziamenti pubblici favoriscono solo le Associazioni e le Fondazioni amiche, e così si divide anche il mondo del bisogno in sofferenti amici e sofferenti figli di nessuno, allora non ci resta che ripensare questo sistema.

Ci sono due modi di interpretare la politica:

Se un politico promuove delle iniziative per il bene comune e aiuta disinteressatamente anche chi non la pensa come lui, allora, probabilmente, è un buon politico.

Se è gentile solo con chi gli può tornare utile, è meglio tenersi alla larga.

Da una parte c’è l’interesse privato o della fazione e lo scambio (appunto) in tempi brevi, dall’altra una visione trasversale, la Comunità orizzontale in tutti i sensi (anche dal punto di vista etnico), e tempi necessariamente, più lunghi…

Mi rendo conto che, in questo momento storico, è meglio una cena gratis offerta oggi che un possibile campo coltivato domani, ma questa del voto di scambio è una patologia, che non regala alcuna prospettiva alle persone ed al Paese, perché pretende molto di più di ciò che concede.

L’atteggiamento mafioso, anche nelle piccole cose, è più devastante della mafia intesa come organizzazione.

Prima terremo presente questo argomento, prima usciremo da questa terribile crisi.


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House of Cards

11 aprile, 2014

Angelo Jasmeno 

QUANDO LA POLITICA PICCHIA DURO

Questa settimana è iniziata, sul nuovo canale satellitare Atlantic di Sky, la serie televisiva “House of Cards” che vede come protagonista uno strepitoso Kevin Spacey (due volte premio Oscar, in particolare per la leggendaria interpretazione di Roger Verbal Kint ne i Soliti Sospetti, di Bryan Singer).

Si tratta di uno spaccato della grande politica di Washington, girato con tecniche innovative che a volte avvicinano il girato a un docu-film.

Una storia greve, che non concede nulla alla fantasia. La politica è quella cosa lì, direbbe qualcuno: intrighi, sesso, ricatti, rapporti con gente poco raccomandabile, conflitti di personalità, crudele gioco di ruolo, carriera a tutti i costi…

Per fare la “grande” politica, oggi come ieri, occorrono i numeri, tanti numeri. Poi servono soldi, tanti soldi e una organizzazione capillare sul territorio, fatta di persone che occorre mantenere, senza parlare dei costi della propaganda.

Lo scontro inizia dentro il tuo Partito, con alleanze forzate, tradimenti, inganni e controinganni. Ad ogni elezione ci sono dei voltafaccia improvvisi, degli insospettabili travasi di pacchetti di voti, delle promesse fatte e non mantenute, delle vittime sacrificali e di questo racconta la serie televisiva americana.

Tanti voti sull’unghia non ti arrivano solo perché sei simpatico, ma perché hai saputo costruire nel tempo un castello di relazioni preferenziali, sulla cui natura (i favori, la notorietà, il carisma, il ricatto) possiamo discutere, anche se induce in sospetto chiunque abbia la certezza di contare su un pacchetto di consensi “chiavi in mano”, trasferibile come gli assegni circolari. Questo ti porta a pensare che le persone sottostanti, quelle pronte a mettere il segno dove gli viene indicato,  non siano affatto libere.

Questa la lezione di “House of Cards”: più scali il potere autentico, e non è detto che questo corrisponda per forza ad una carica prestigiosa, più devi difenderti da quelli che vorrebbero il tuo posto.

Insomma, se sei là in cima non ci puoi andare leggero, occorre far capire chi comanda e non ti devi fare scrupoli nell'usare una certa violenza, a volte verbale, a volte no.

Questo non esclude affatto che vi siano ottimi professionisti della politica, ed io ne conosco, ma anche loro devono picchiare duro, se vogliono sopravvivere in quell'ambiente.

Si dirà, ci sono i movimenti emergenti, quelli che fanno leva sul risentimento popolare. Vero, ma il punto è: una volta entrati nel meccanismo ed incontrati il Gatto e la Volpe, specialmente i più sprovveduti, sapranno resistere al recarsi nel Paese dei Balocchi? Sono strutturati questi movimenti, così verticistici e sbrigativi, per resistere alle tentazioni della politica?

Allora non c’è cura, siamo destinai al declino della Democrazia?…

Il rimedio c’è ed è lì, dimenticato sullo scaffale più alto della Cucina, nel vecchio contenitore del caffè. Il dramma è che è venuto meno il controllo sociale sui politici di lungo corso, il senso critico, la presenza di un popolo organizzato che chieda conto ai propri eletti. In una parola: la partecipazione.

Il voto di scambio, il vincolo di una preferenza permutata per un favore vero o presunto, per una fila saltata, per un concorso vinto, o per un permesso a costruire dove non si poteva c’è sempre stato, ma un tempo le persone, anche le più umili partecipavano, oggi no.

E’ stata persa la fiducia nei corpi intermedi, le persone si iscrivono a un sindacato come se acquistassero una polizza di assicurazione o per avere uno sconto sul 730. Lo fanno perché sono disperati fuori dai cancelli di una fabbrica chiusa, ma difficilmente aderiscono perché credono nello spirito del sindacato Confederale (a patto che sappiano cosa veramente significhi questa parola).

Oggi, a parte i plebisciti di un giorno, le feste dei Gazebo, chiamateli un po’ come volete, la partecipazione quotidiana sui grandi temi collettivi, il confronto serrato con i propri eletti è pressoché nullo (a patto di sapere chi sono, con le liste multiple bloccate).

Se ti permetti di far loro un’osservazione politica, anche in privato, si offendono, non è affar tuo, più naturale chiedere un favore, per indecente che sia.

Non c’è da stupirsi che poi qualcuno con i soldi nostri ci comperi le mutande verdi o paghi le proprie cene elettorali e i propri viaggi di piacere. Sono così differenti dai loro elettori?

E allora?

Nel nostro piccolo, come Associazione, inizieremo presto a confrontarci con le Istituzioni locali, unendo finalmente la protesta alla proposta, la richiesta alla risposta.

Questa è la chiave di un miglioramento della politica, richieste collettive, pressanti, disinteressate, riferite a questioni ben perimetrabili. L’apertura di un canale di dialogo con tutti coloro, senza distinzione di colore e cinghie di trasmissione, disponibili ad un confronto sulla devastazione del Territorio. Non trascureremo nessuno, prendendo esempio da San Francesco al cospetto del feroce Saladino.

Ci rivolgeremo alle Istituzioni non ai singoli politici, per quanto “amici” di qualcuno di noi.  Qui a Gerico siamo tifosi di squadre diverse, ma, per fortuna, condividiamo l’idea che la Comunità viene prima della “banda”, convinti che non è l’appartenenza a un Partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.

Insomma, dopo tante denunce, ecco il coniglio uscito dal cappello della nostra recente assemblea, vorremmo risultati tangibili, cambiamenti reali sul campo, non solo meritorie abbaiate alla Luna.

Noi, in quanto Associazione, ci relazioneremo con tutti, in un’ottica istituzionale, ma niente mano sulla spalla e offerte “che non si possono rifiutare”. Se fai un’opera buona ti ringrazieremo con una stretta di mano e basta, come si conviene tra persone per bene.

Una missione impossibile?

Vedremo.

Ricordati di Vivere

7 dicembre  2013

Angelo Jasmeno

UNA BIOGRAFIA POLITICA DELLA PRIMA REPUBBLICA 

Ho letto recentemente un bel libro dedicato alla storia della politica italiana dagli anni 70 ai primi anni ’90. L’autore è Claudio Martelli, golden boy del Partito Socialista ed eterno delfino di Bettino Craxi, fino alla rovinosa caduta.

La pubblicistica di quegli anni ce l’ha presentato come un vacuo scudiero dell’omartellidiatissimo leader socialista, ma non  è affatto così. Claudio Martelli è un uomo estremamente colto, poliglotta, e dotato di una propria originale visione politica.

Nel libro “Ricordati di Vivere” (Bompiani) vita pubblica e privata si intrecciano, ma tracciano una vivissima immagine di cosa sia la politica o meglio di cosa fosse stata ieri e di ciò che (purtroppo) oggi non è più.

Essa è brutalità, ma anche cultura, violenza ma anche passione, conta spietata di voti ma anche amicizia intensa,  gioco di ruolo,  ambizione, tradimento ma, prima di tutto, Visione. Senza una lettura della storia e del futuro che vada oltre la gestione corrente, o delle proprie aspettative, la politica diventa niente, o per dirla tutta può tramutarsi nel male assoluto.

La politica è crudele.

Se non sei disposto a giocarti un’amicizia per una vittoria o per la sopravvivenza tua e del tuo  partito allora non pensare di dedicarti seriamente ad essa. In fondo il duro messaggio del libro è questo.

Martelli non volle, non poté o non seppe ripudiare il suo amico e compagno di tante battaglie, Bettino, mentre il leader del PSI, da quello che intendiamo o leggiamo tra le righe, non rinunciò a farlo in nome della propria sopravvivenza, inducendolo a dimettersi da Ministro della Giustizia e dal Partito dopo un avviso di garanzia. Vittima, secondo l’autore, di “fuoco amico”. Tutto ciò  in un clima, quello di Tangentopoli, che era di giustizia sommaria e qualche morto, in senso letterale, lo ha lasciato sul selciato.


Una revisione serena di quel periodo, anche negli ambienti della sinistra, sarebbe quanto mai opportuna. Ne è uscita un’Italia migliore? Persino Francesco Saverio Borrelli, capo della procura di allora, si è posto qualche domanda.

Martelli racconta se stesso senza alcuna pietà, con sincerità parla delle sue conquiste (i referendum sul nucleare, la lotta alla mafia, l’amicizia con Giovanni Falcone) e delle sue delusioni (il correntismo, la corruzione nel suo partito, i suoi silenzi e i suoi no mai pronunciati).


Il socialismo riformista italiano affogò nella brama di potere e in una lettura distorta della realtà, la convinzione che nulla sarebbe cambiato mentre tutto cambiava, nella vana speranza del perdurare del primato della Politica mentre nel mondo, inesorabilmente sconfitta, diveniva ancella dell’economia e della finanza globale.

Consiglio questo volume ai giovani che fanno politica, o che sono convinti di farla. Potrà apparirvi un “mattone”, ma se una storia, anche così privata come questa, non riesce ad appassionarvi mi sa che la politica non fa per voi.

La mia generazione, invece, deve onorare un conto con se stessa. Quello di avere lasciato che conquiste secolari venissero bruciate in un giorno e che tutto venisse banalizzato, persino il dibattito politico, in un soporifero talent show.

Le amministrazioni pubbliche decidono cose che riguardano tutti, come il project financing che impegna cittadini, spesso inconsapevoli, economicamente per decenni, o le dismissioni di beni comuni, le cui ricadute riguardano intere generazioni.


Per  questo il conto, prima o poi, dovremo saldarlo.

Noi. Anche in questa città.

Chi Siamo

Una Comuntà Comunicante in cammino, con base a Verona

Gerico è una Associazione di volontariato attiva nel campo della comunicazione. Stanchi di sorbire le notizie che concede il convento mediatico, passiamo parola e cerchiamo di comunicare a tutti ciò che apprendiamo, nel modo che ci sembra più confacente. Grazie ad una semplice mailing list ci teniamo in contatto e poi condividiamo le informazioni. Il nome di "Gerico", che caratterizza la nostra Community, richiama alla biblica caduta delle mura (della incomunicabilità), per mano, o per fiato, delle celebri trombe (shofar). 

Giusto lei cercavo...

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